gruppo di frascati

Libro “Cento lavagne”

Libro 28 marzo 2001. La stanza di Antonio era un incrocio tra la camera di Archimede Pitagorico disegnata dal grande artista anti-disneyiano Carl Barks e una copertina dei primi dischi di musica rock della fine degli anni ’60. Graffiti murali, fotografie autobiografiche scattate lungo tutto il corso della sua vita, uno scheletro, la scritta Kenneth Craik 1943, disegni dappertutto, libri di poesie, macchinette per il caffè, mazzi di chiavi, montagne di carta bianca, centinaia di cassette video, migliaia di cassette audio.
Sembrava più una camera di artista di Bleecker Street al Greenwich Village di New York che la stanza del piano di sotto della superlinda Direzione del Centro di Frascati. Antonio parlava con voce sommessa, quasi soffiata, e dava del “tu” subito a tutti. Dette un paio di libroni di disegni ad Armando Guidoni, suo collega d’avventura, dall’aspetto di un ispettore di polizia inglese. Costui mi condusse nella sua stanza e mi parlò per due ore e mezza di “risonanze”, “destrezze”, termini tecnici da officina meccanica, una macchina di nome “visio”, un programma denominato “giasone”, citando una volta Church, una volta Searle e una volta Turing. Rimasi assolutamente sbalordito. Dove sono capitato, mi chiedevo ripetutamente? Mi resi conto di non aver capito praticamente nulla.
Armando aveva descritto con attenzione e lucidità sulla sua rivista “Controluce” i dettagli del progetto “Giasone”. Esso mirava, nelle parole dello scrivente, “a riprodurre, in una macchina, l’intelligenza dell’uomo”. Si trattava di nove articoli tutti composti da Armando, l’ultimo dei quali in collaborazione con Tommaso, un laureando in Ingegneria della Informazione che aveva lavorato a lungo sulle procedure di saldature laser su grandi lamiere. L’intreccio poliziesco si stava lentamente chiarendo come i pezzi di un enorme puzzle da cui emergeva l’evoluzione progressiva delle attività dei vari gruppi di lavoro, pubblici e privati, che orbitavano intorno alla figura maieutica di Antonio. Le applicazioni industriali costituivano una sorta di embrioni successivi verso la costituzione della “intelligenza” cui aveva accennato Armando, nelle sua cronache dalla galassia Antonio. Erano macchine utensili “transfer” a 44 assi, macchine laser ad alta potenza (Fincantieri e Riva Techint), macchine di manipolazione per montaggio e formatura (Ibs, Giuliani), sistemi di controllo ambientale attraverso una visione sintetica (“visio”) per siti archeologici e musei (Stacchiotti Impianti), dispositivi di visione percettiva per non vedenti e così via.
“Nei mesi scorsi – scriveva ancora Armando Guidoni sul sito “Giasone”- le pagine scientifiche dei quotidiani e dei periodici specializzati hanno riportato a grandi titoli la notizia della realizzazione, da parte del “Grup-po di Frascati”, del dispositivo “visio”. Esso consente a un non-vedente di “percepire” ovvero di riconoscere a distanza gli oggetti che si trovano nel suo spazio di movimento”. I coordinatori dell’impresa sono stati Antonio Botticelli (ENEA) e Gianfranco Turchetti (Oberon). L’architettura funzionale dell’invenzione è simile a quello della visione umana. In quest’ultima, attraverso una lente (il cristallino dell’occhio) e un sensore (la retina), il fronte luminoso viene organizzato e inviato alle terminazioni tattili e da qui al cervello. Nel dispositivo di nuova invenzione, attraverso l’obiettivo di una microtelecamera poggiata su una montatura di occhiali, la sua elettronica e la sottoretina artificiale (“visio”), il fronte di luce viene organizzato e inviato in due dimensioni alle terminazioni nervose della pelle, per esempio, nella zona immediatamente superiore all’ombelico. Su quest’area arriva una rappresentazione per contorni degli oggetti contenuti nel fascio di luce, una specie di disegno a fumetti realizzato su un tappetino di aghi metallici opportunamente elettrizzati. Luciano, che è stato uno dei primi sperimentatori in persona del dispositivo, sosteneva con accattivante sintesi: “Quale delizia vedere gli oggetti venire a me, senza che io debba necessariamente andare da loro per percepirli”
Ero sicuro soltanto di un fatto. Le macchine, progettate e realizzate dal Gruppo di Frascati e dai vari partner industriali esterni,  avevano del prodigioso. Non si possono costruire prototipi tecnologici ad alto contenuto innovativo senza essere in possesso di una “cultura” scientifica superiore. Questo costituiva un dato concreto e sicuro. Tuttavia, perché il loro linguaggio risultava così incomprensibile? Sandro propose che il gruppo si incontrasse a Frascati per lo meno una volta alla settimana, il mercoledì mattina, che Antonio tenesse un seminario informale in una sala riunioni con tanto di lavagna e registratore audio, e che lui e io cercassimo di investigare, all’interno della mastodontica letteratura a disposizione su Internet, le tracce di quanto Antonio aveva esposto in maniera alquanto eterodossa. Parlavamo a lungo di controlli convenzionali ed avanzati, di fisica, di cibernetica, di biologia, durante il doppio tragitto in macchina, dalla Casaccia a Frascati e ritorno. Discutevamo a lungo della possibilità di trasformare la singola unità-guida (denominata “visio”, vedremo in seguito perché) dei tanti robot industriali in un emulatore della mente. L’idea appariva affascinante.
Nicola Pacilio

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