gruppo di frascati

Il "laboratorio del venerdì"

giasone-uomo-labven-Ven1

23 aprile 1975

Abbiamo cominciato a guardare dentro ed abbiamo trovato gli umori e le associazioni di umori. Abbiamo riemerso nei nostri ricordi quanto spesso è avvenuto. Esserci trovati spersi ed in affanno invasi di moti umorali senza storia.

Ma quando ci accorgiamo dell’umore che sta salendo? Quando e come ci siamo accorti di esso?

Oramai è ampio e lontano dalla sua flebile origine. Oramai i colori dell’intorno ci giungono sovrastati e sempre più stravolti dai colori dell’umore.

L’ambiente dissolve e diviene riconfigurazione indiziaria. Non è più fatta di “adesso”. Tempi e spazi nello stesso istante. Scena sorgenti di altre scene. Forse e tanti altri forse.

Una “scena” diviene. Ma non è la mia “scena”. Diversa e non so.

Un flebile umore. Attendo all’umore. Il resto? Solo l’umore. Si espande. Dilaga. Frazioni di scene, di storie incomplete.

Indizi. Tanti indizi. Vie. Tante vie. Tante storie imperfette.

Altri indizi. Altre scene.

Ecco l’oggetto. Ecco la storia.

Emerge l’idea. Corro, se posso.

Ecco che cosa. Ed agisco.

Lui mi chiede che vuoi. Non sono mai stato con te.

Ti amo o ti uccido.

Ci siamo allontanati dalla ambientazione originale. È stata sostituita dalla costruzione che via via è avvenuta formalizzando indizi. Oramai, quel flebile umore è espanso. Nel costruire, da quel costruito sorgono altri umori. Umori e nuove costruzioni. Nuove costruzioni e nuovi umori.

La mia mente crea simulacri che poi avverto e divenisco realtà. Su essi m’imbarco a credibile ragione del mio sentire. Giustificazioni per i miei progetti.

Il mio corpo che immerge la mia mente. Un ambiente intorno. Il mio corpo. La mia mente. L’avvertire. Avverto. La mia mente.

Creazioni. Simulacri eretti a ragioni. Luoghi. Luoghi nei quali vago. Itinerari.

Presenza. Scorro a divenire presenze.

Luoghi. Di volta in volta presenza. Memoria dei luoghi. Scorrere di luoghi. Scorrere nei luoghi. Presenza nei luoghi. Sequenze di intorno. Altrove. Dovunque.

Luoghi ampi. Luoghi stretti. Sassi. Tra i sassi. Presenza tra i sassi.

Me. Nella mia mente che nel mio corpo. Il mio corpo nel luogo. Me presente nel luogo che tocca il mio corpo.

Le menti? Non so. Me ed i suoni dalla mia mente. Lui? Non so. Te? Se mi sento avvertito. Con te.

Soggetto del luogo. Luogo ove me. Me.

Quando ci si accorge dell’umore? Quando ci si accorge che sta succedendo qualcosa? È necessario che ci si accorga che sta succedendo qualcosa?

Tutto d’un fiato. Oramai è fatto. L’impalcatura ha sorretto. La storia è avvenuta. La nuova scena appare. Da qui il futuro.

Da vincitore o da sconfitto.

Accorgersi che sta succedendo qualcosa prima dell’azione. Prima di modificare l’ambiente e le circostanze.

Incontro Francesca per la prima volta. Ne percepisco le sembianze per la prima volta. Parliamo a lungo. Ci salutiamo. Ci separiamo. Non è più davanti a me.

Il giorno dopo mi viene in mente Francesca. Come è potuto avvenire questo? Non è più con me Francesca. Eppure, se chiudo gli occhi, ne avverto la figura. Ma francesca non c’è. Cosa sta accadendo? Francesca non c’è.

Lo chiamano ricordo. Ma che cosa è un ricordo?

Mi dicono: “stai ricordando Francesca”. L’hai incontrata ieri ed ora la ricordi. Non mi basta. L’altro ieri non mi sarebbe accaduto. Non saprei come ricordarla l’altro ieri. Non mi sarebbe potuto capitare di ricordare Francesca.

Cosa è avvenuto tra l’altro ieri ed oggi?

Dopo l’incontro con Francesca, trovo che da quel momento in poi dispongo dell’impressione della sua figura, degli argomenti trattati, delle azioni che lei ha fatto stando con me. In ogni momento successivo posso ottenere quella impressione.

Immaginandomi prima dell’incontro con lei, scopro che non sarei stato in grado di avere quelle impressioni. Dopo si. Non solo, ora ho nostalgia di essere con lei. Ora qualcosa mi suggerisce di tornare da lei. Di stare bene con lei.

L’altro ieri non c’era niente di tutto questo.

Mi sposto altrove, ma Francesca e la nostalgia non cambiano. Queste impressioni continuano ad essere con me.

Queste impressioni. Ora, proprio qui.

Cosa è avvenuto tra l’altro ieri ed oggi?

Qualcosa deve essere avvenuto all’interno del mio volume. Cambio ambiente e solo il mio volume resta. Quindi, è nel mio volume.

Ieri, quando ero con Francesca, ricordo di averla vista. Banale! Ma di fatto è così. Attraverso i miei occhi. Mi ricordo chiaramente che era lì ed io con gli occhi la percepivo davanti a me. Ora ho quella stessa sensazione di percezione. Ovvero, è lì come ieri. Anzi, oggi sento che ero davanti a lei ad osservare il suo volto mentre parlava.

Certamente c’è una novità all’interno del mio volume. Si è formato qualcosa ed è avvenuto attraverso i miei occhi. Del resto ho l’impressione di percepirne i colori e la forma, proprio come quando la guardavo davanti a me.

C’è una spugna all’interno del mio volume. Una spugna che si impregna di quanto passa attraverso i miei occhi.

Ma se faccio ancora attenzione, avverto anche la sua mano che ieri stringeva la mia mano. Quindi, quella spugna assorbe anche quanto passa per la superfice della mia mano. Ed ancora la sua voce. Quella spugna assorbe di tutto.

E ricordo tutto! La sto guardando. Sento la sua mano e la sua voce. Anche il suo profumo. Ma era ieri, e per essere ancora qui con me, deve esserne restato il segno. La memoria.

Addirittura emerge nostalgia per quella scena di ieri. Ma adesso è oggi e lei non c’è.

La mia memoria.

Ora ricordo Anna. Poco fa era solo Francesca. Ora sono nell’impressione d’essere con Francesca ieri e con Anna un mese fa. Preferisco stare con Francesca. Ma l’altro giorno stavo per telefonare ad Anna. Ora sento di telefonare a Francesca. Anzi, sento il piacere di non essere nelle conseguenze alla eventuale telefonata ad Anna. Non avrei incontrato Francesca. Ed ora immaginandomi con Anna ho nostalgia di ieri con Francesca.

Nostalgia di Anna fino a ieri, prima di incontrare Francesca. Ora, dopo l’incontro con Francesca, ho nostalgia d’essere con Francesca.

Ed ora non c’è né Anna né Francesca. Tutto sta avvenendo all’interno del mio volume. Dovunque mi sposto. La spugna mi restituisce l’impressione di quanto fin qui è avvenuto con Anna e con Francesca. Ricordi.

Non c’è né Anna, né Francesca. Ma Anna mi rende sofferenza sottraendomi Francesca.

Umori. Umore che chiamo sofferenza. Umore che chiamo nostalgia. Umore che chiamo desiderio. Umori.

E tutto, solamente per quanto in questa spugna.

Un divorzio con Anna per un insieme con Francesca. E comunque, ancora tutto per quanto è rimasto fissato in questa spugna.

Una configurazione ambientale ed il suo virtuale. Francesca con me ieri ed il virtuale che fa ricordo. Ieri e quanto oggi è nella spugna e dalla spugna. Ieri ed il suo virtuale fuori tempo. Virtualità e quindi ricordo. Virtualità in grado di produrre emozioni. Umori.

Una spugna. Quanto è penetrato in essa. La riproiezione.

Ambienti. Quello di ieri: ben solido. Quello di oggi, certamente virtuale. Ieri ed il suo virtuale di oggi.

Di questo virtuale io coincido ad essere concreto anche adesso. Lei no.

La sua virtualità, la mia concretezza.

Per essere con lei, manca solo lei.

Una scena virtuale mancante di parte del suo corrispondente concreto. Io continuo a coincidere uguagliando ieri. Lei non c’è ed è la differenza. Differenziale, quindi umore.

Due dimensioni in qualche modo coniugate. Una dimensione concreta ed una dimensione virtuale. Un originale sorgente ed il simulacro restituito dalla memoria.

A cosa serve quel virtuale? Cosa può produrre quel virtuale?

Una scena virtuale mancante di parte del suo corrispondente concreto, emerge umore.

È nella mia mente che emergono impressioni. Umori.

È per quanto si è andato contenendo nella mia mente che produco desideri e movenze a realizzarli.

Un ambiente e il mio volume.

Un ambiente costituito da due mele.

Altre due mele restituite dalla mia mente.

Due mele concrete. Due mele virtuali.

Questa mela è più piccola di quella mela, quindi, ti regalo quella. E quella mela viene portata nelle tue mani.

Questa mela e quella mela dell’ambiente concreto. Questa mela e quella mela dell’ambiente virtuale della mia mente.

Nella mia mente le due mele virtuali. Ognuna delle mele virtuali della mia mente è libera, posso librarle. Quelle concrete restano ferme nella gravità.

Nello spazio della mia mente, le due mele, posso avvicinarle e posso allontanarle. Quelle concrete restano inerti. Solo attraverso un’altra sorgente concreta potrebbero ricevere movimento.

Non potrei mai compenetrare le due mele concrete, si smembrerebbero a divenire pezzi di mela. Ma le mie due mele virtuali posso avvicinarle fino ad occupare lo stesso spazio compenetrandole.

Per dare a te la mela più grande ho sovrapposto le due mele virtuali. Ne è emersa la differenza dell’una sull’altra. Il differenziale. L’umore.

Le mele si confrontano solo nella dimensione virtuale. Le mele concrete ne subiscono le conseguenze.

L’umore è creatura della sola parte virtuale, ma è ciò che mi permette di dare la qualità alla capacità di movimento delle mie braccia e porgere a te la mela più grande.

I confronti avvengono nella sola dimensione virtuale. Gli umori che ne emergono animano di senso il movimento.

Le mele si confrontano solo nella dimensione virtuale. Le mele concrete ne subiscono le conseguenze.

La dimensione concreta e la dimensione virtuale.

Nella dimensione virtuale nascono umori. Da quegli umori prendono segno le azioni.

Quando ci accorgiamo del differenziale? Quando ci accorgiamo dell’umore? È necessario che io mi renda conto che sta succedendo qualcosa?

Umore.

Accorgermi fin dalla sua iniziale flebile voce. Ne esiste la potenzialità?

Nel momento in cui mi rendo conto dell’essere in umore, a quale punto mi trovo? Quali azioni ho già intrapreso? Quante modificazioni ha già subito l’ambiente? Quale è la mia nuova posizione?

Come?

Creiamo un parallelo tra le nostre macchine autonome e le risorse naturali che ognuno di noi detiene fin dall’inizio.

Per le nostre macchine abbiamo sviluppato, riprodotto ed applicato una nuova forma di intelligenza detta “emulativa”. Per mezzo di nuovo hardware e di nuovo software ne rigeneriamo l’operatività con l’introduzione di una sorta di capacità riflessiva. Alla macchina, attualmente configurata come una struttura cinematica e dinamica complessa integrata di tutto il repertorio elettrotecnico, elettronico e softwaristico convenzionale, viene innestato una ulteriore fase: uno spazio profondo costituito da un universo virtuale, l’emulatore. In esso vanno imprimendosi e poi riflettendosi le risorse che la compongono. Non solo le singole risorse ma anche i singoli oggetti che quella macchina, di volta in volta, manipola e trasforma.

Nella virtualità dello spazio emulativo, gli oggetti e le risorse, sedimentano e riemergono, proprio analogamente a quanto avviene per i nostri ricordi.

Cose. Posture singole e corali. Sequenze. Balletti.

In questo universo virtuale è possibile scambiare le posizioni temporali delle cose e degli avvenimenti. Far coincidere e compenetrare fatti già avvenuti con fatti da avvenire. Frazioni di scena con frazioni di altre scene.

Per ottenere l’oggetto desiderato basterà far riemergere dalla memoria e confluire in quell’universo della virtualità tutte le risorse della macchina e tutte le parti dell’oggetto.

Il gioco dei differenziali, degli umori, nelle diverse combinazioni che si creano conducono alla formazione virtuale dell’intero processo di realizzazione. Su di esso, poi, si riflette l’andamento delle azioni concrete della macchina sull’oggetto ad evitare di deviare dall’obiettivo da raggiungere correttamente.

L’intelligenza della macchina è altamente sensibile ai differenziali, ovvero, ai propri umori, ed è in grado immediatamente di cambiare rotta e cercare altrove quanto gli necessita per il raggiungimento dell’obiettivo assegnato.

Il suo stato finale si determina dentro di essa, quando il pezzo appena terminato è giunto a coincidere con il pezzo virtuale impostato dall’operatore. Lo stato è raggiunto quando tutti i differenziali, emersi avanzando lungo il processo, sono scesi a zero. Ha raggiunto lo stato di quiete.

E la nostra sensibilità?

Nonostante la nostra mappa estemporanea dei differenziali non la si conosca, tramite meccanismi di avvicinamento si può ugualmente arrivare allo scopo. Con una sorta di gioco “acqua acqua; fuoco fuoco”, si può raggiungere l’informazione, istante per istante. Divenire, man mano, sempre più sensibili alla transizione tra fuoco ed acqua per tornare al fuoco.

L’immaginazione è costituita dalla ricostruzione virtuale di ciò che ci giunge attraverso i sensi dall’intorno. Continuiamo a sedimentare, ma questa volta anche i ricostruiti virtuali rientrano cosedimentandosi con quanto arriva dall’esterno. Memoria che si infittisce con i contributi delle materie provenienti dai sensi e dal virtuale che diviene sempre più intenso e particolareggiato.

Intensificazione. Continuità.

La scena virtuale, sempre più nitida, è collocata in coincidenza con i particolari sorgenti dell’ambiente. Man mano diviene permanente e si espande a coprire quelle parti oramai fuori della portata dei miei sensi. Alle spalle è presente la parete ma da essa non avverto più segnali concreti.

L’intensificazione continua e posso sovrapporre a quella parete elementi che di quella parete non fanno parte. Cucio erroneamente insieme pezzi di virtualità provenienti da altri ambienti e da altre situazioni.

Ho creato nella virtualità una scena irreale che continuerò a sedimentare nel capitolo di questo ambiente.

Tornando qui, cercherò elementi che qui non sono mai stati. Emergerà differenziale, umore. Esso mi produrrà indizi per tornare alla quiete scoprendo lui autore della sottrazione. E lui non sa.

L’immaginato si sovrappone a quanto si sta ricevendo in diretta dalla realtà concreta. Quei ricordi interferiscono completandola di cose e di avvenimenti che in quel luogo non sono mai state e mai avvenuti.

Sono con francesca ed è la mia quiete. Lei è con me ed è la sua quiete. Francesca ed io siamo in quiete insieme. Non sappiamo perché. Ma siamo in quiete.

Al mattino ci svegliamo in quiete, uno con l’altro.

La sera ci addormentiamo in quiete, uno con l’altro.

Di giorno lavoriamo.

Ognuno rientra a far parte di ambienti diversi.

Divengo frazioni di moti corali.

Diviene frazione di altri moti corali.

Ognuno coniugato con altri.

Ognuno motore di un “da qui a là”.

Non ci verrebbe mai in mente di fare quei “da qui a là” quando insieme. Anzi, neanche quando non eravamo insieme.

Eppure, tutti i giorni continuo e continua ad agitare quel “da qui a là”. Accogliamo differenziali e ripristiniamo uguaglianza. Tutti i giorni.

Differenziali. Umori. Azioni colorate. Uguaglianze. E di nuovo differenziali.

Lui entra e mi guarda. Io gli chiedo: “cosa desidera”. Lui risponde: “un caffè”. Io preparo il banco e faccio un caffè.

Lui entra e mi guarda. Io gli chiedo: “cosa desidera”. Lui risponde: “un caffè”. Io preparo il banco e faccio un caffè.

Lui entra e mi guarda. Io gli chiedo: “cosa desidera”. Lui risponde: “un caffè”. Io preparo il banco e faccio un caffè.

Lui entra e mi guarda. Io gli chiedo: “cosa desidera”. Lui risponde: “un caffè”. Io preparo il banco e faccio un caffè.

Differenziali. Umori. Azioni colorate. Uguaglianze. E di nuovo differenziali.

Torno da Francesca. Francesca torna da me.

Lei mi dice: “desidero un caffè”. Io le faccio un caffè.

Quale caffè?

Una ricostruzione errata della realtà nella nostra immaginazione può creare figure che sono incongrue con la situazione reale.

Ci si può deviare da una virtualizzazione sbagliata.

Sto facendo il caffè. Scorro tra le cose che fanno il caffè.

Lui entra e mi guarda.

E sto facendo un caffè.

Lei mi dice.

E sto facendo un caffè.

La sequenza degli umori emergenti dai differenziali che restano aperti, richiamano successioni di scene e di azioni “da qui a là” che vanno a costituire i miei “presente” successivi.

I miei “senza sbocchi”.

Quanto attende di trovarsi dentro di me a rendermi soggetto di una sequenza di moti ad uguagliare desideri non miei.

Lui entra e mi guarda. Io gli chiedo: “cosa desidera”. Lui risponde: “un caffè”. Io preparo il banco e faccio un caffè.

Lei mi dice: “desidero un caffè”. Io le faccio un caffè.

Cerchiamo all’esterno l’oggetto della ragione che afferma la nostra postazione. Il mondo nel quale scorrere. Il nostro destino. Chi del nostro destino.

Sono con francesca ed è la mia quiete.

L’ampio spazio virtuale della quiete.

Il limitato spazio virtuale della sequenza dei differenziali e degli umori che conducono ad uguagliare un caffè.

Lo spazio virtuale della quiete. Lo spazio virtuale del caffè.

Lo spazio virtuale della quiete compenetrato dalla virtuale progressione caffè.

Spazio della quiete. Spazio della quiete perturbata.

Perturbazione.

Francesca portatrice del desiderio di caffè.

Francesca e la perturbazione.

L’umore che emerge può condurre per vie che divengono impossibili al ripristino della quiete. Sempre più ampi e fuorsvianti differenziali si producono.

Quiete e perturbazione. Francesca e Francesca. Francesca nello stesso spazio di Francesca. Francesca dello spazio della quiete che non è più. Forse Anna.

Ogni differenziale fa umore. L’umore non ha ricordo di quanto lo ha prodotto. È sempre lo stesso, ossia possiede sempre la medesima forma. Un umore è l’effetto emergente da un differenziale. Un umore nasce dal “più vicino; più lontano”. La coincidenza rende zero. Gli umori sono i potenziali che emergono per quanto è la distanza.

Concatenazioni di differenziali attraverso i richiami umorali possono condurre ad inversioni della tendenza, quindi allo ulteriore allontanamento dalla originale condizione di quiete.

I differenziali che hanno contribuito all’espansione dei nostri umori devono restare attivi nella virtualità quale costrutto degli umori stessi. Ciò permette di tornare all’origine dal quale è stata avviata la deviazione.

Il caffè.

Il mio piacere del bere il mio caffè.

Il mio caffè.

Francesca vive il mio caffè. Il sapore ci ritrova in quiete nella uguaglianza ritrovata.

In questo contesto, l’indizio, “acqua acqua e fuoco fuoco”, considera in aumento il differenziale andando verso “acqua” e una diminuzione verso “fuoco”.

Itinerari.

Immaginiamo di essere al volante dell’automobile e voler andare dritto quando invece c’è una curva. L’umoralità aumenta sempre più man mano che si esce dall’andamento della curva. Se rientri, diminuisce.

Di fatto regoli la guida alla curva mantenendo basso il livello umorale. Autoregoli il livello barattando con la velocità.

Se sono le prime volte che si va in bicicletta e si corre, si cade. Il gioco conseguenziale dei differenziali e degli umori non trovano materiali sedimentati pronti a rendere destre le azioni. Il gioco “acqua acqua; fuoco fuoco” risulta troppo lento rispetto alla dinamica del mantenimento dell’equilibrio. Occorre estemporaneamente progettare comportamenti di rientro giacché non emerge nulla dalla memoria per confluire nel virtuale della scena in atto. Non c’è stata sedimentazione e va fatta.

Max entra in curva inclinando morbidamente la moto.

Io entro in curva inclinando nervosamente la moto.

Lui procede ad una velocità ben più alta della mia. Se io procedessi a quella sua velocità non arriverei a fare tutta la curva. Le variazioni di inclinazione che produco per restare nell’equilibrio non mi darebbero il tempo di avvicinarlo.

Max procede nei due mondi: quello concreto e quello virtuale.

Io procedo nei due mondi: quello concreto e quello virtuale.

Il suo mondo concreto è paragonabile al mio mondo concreto. Il volume, il peso, le risorse cinematiche, quelle sensoriali, quelle motorie, le capacità di sedimentare memoria, di emergere virtuale, la moto, la curva.

Dove è la differenza?

È nella dimensione virtuale che emergono e si vanno componendo i differenziali che rendono gli umori. Sono gli umori a dare senso alle capacità motorie.

La memoria, però, ha il suo tempo di formazione. Ha bisogno di sedimenti sempre più fitti per poter emergere virtuali sufficentemente intensi da potersi sovrapporre ai pochi segni che il concreto mi invia. E se ho pochi sedimenti, la virtualità di quella curva, resta labile e discontinua. I differenziali che mi si generano sono poco intensi. Gli umori che si generano sono molto flebili, insufficenti a produrre pronte risposte.

Max, ha fitti sedimenti e le figure virtuali che gli emergono a precederlo sulla curva, fanno immediati ed intensi differenziali. Umori forti e modulati sull’andamento sensitivo all’uscita dall’equilibrio baricentrico.

Nella nostra memoria abbiamo sedimentato tutto quanto si è presentato nello spazio virtuale. Tutto è rientrato a ulteriore sedimento. Intere coralità di quadri, scene e sceneggiature, di attrezzature, attori e copioni. Ogni quadro con il suo successivo. Ogni particolare con la sua appartenenza.

Appartenenza. Appartenenze. Cento appartenenze. Mille appartenenze.

Reti di appartenenze.

Il nero tra i fulmini.

Il nero nel frak.

Il nero nella pelliccia della pantera.

Il nero nei tuoi occhi.

Il nero nelle profonde ombre dei miei quadri crepuscolari.

L’umore dai differenziali delle mille appartenenze che l’oggetto emerge con sé.

Ogni oggetto.

Porzioni di oggetto e l’oggetto.

Porzioni a costituire porzioni.

Il nero della pelliccia della pantera. La pantera m’azzanna. La pantera non c’è.

Il nero dei tuoi occhi. Attraverso i tuoi occhi, me.

Ogni appartenenza cuce ad altra appartenenza.

Io bevo il mio caffè. Sapore e colore. Dolce ed amaro. Calore ed oscurità. Infinito al di là.

Me senza tema nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Francesca beve il mio caffè. Sapore e colore. Dolce ed amaro. Calore ed oscurità. Infinito al di là.

Francesca senza tema nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Francesca ed io nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Quadri di appartenenza. Differenziali. Fronti che attraverso fino a non incontrare più differenziali.

Quiete attraverso impalcature di appartenenze.

Movenze appartenenti a sequenze sedimentate emergono storie correnti e mi rendono interprete attuale di esse. Le storie che scorrono conducono la mia presenza.

Trovarmi in quelle movenze.

Promesse.

Promesse di altre promesse.

Luoghi.

Quei luoghi e la storia di coloro che ho visto abitarli.

Movenze di coloro.

Attese che coloro.

Trovarmi in quelle movenze.

Io che in quelle movenze.

Io che di quelle storie.

Atteso in quei luoghi.

Promesse

Le movenze e la successione dei quadri delle appartenenze rendono scie d’inerzia nel luogo promesso. Ambienti che risultano già raggiunti fin dalla partenza.

Francesca ed io nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Fin dall’idea di prendere il caffè con Francesca.

Prendere il caffè con Francesca diviene la quiete d’essere nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Il caffè con Francesca è la quiete che nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Francesca gode dello spazio infinito

Francesca e l’oblio che lo spazio infinito.

Francesca che sollecita me.

Francesca sollecita me del solo spazio infinito.

Di là si procede nel solo indistinto silenzio dello spazio infinito.

Giochi nello spazio virtuale.

Stati compenetrati ad adesso.

I segni concreti di qualunque quadro ambientale che penetrano attraverso i miei sensi, sedimentano e, nel riemergere virtuali, portano con sé le appartenenze in precedenza realizzate. Ognuno di quei quadri di appartenenza diviene promessa.

Inizio, durante e fine sono divenuti programmi. A seconda della direzione che prendiamo, di volta in volta, ci allontaniamo da alcuni di essi e ci avviciniamo ad altri. Questi programmi, avanzando nelle presenze, producono differenziali. Quindi umori. E gli umori non hanno memoria delle parti dei differenziali dai quali sono scaturiti.

Come manipolare i nostri programmi? Come crearli?

“Acqua acqua; fuoco fuoco”, ci può condurre verso la quiete. Ma di programmi oramai già sedimentati e quindi involontariamente emergenti ad ambiente “vivendo”.

Produrre programmi. Progettare programmi.

Sono gli umori che innescano la capacità di immaginare. Senza di essi la “spugna”, al suo interno, non avrebbe nulla di che accendere e riproiettare virtuale. Quando ci troviamo in una situazione non ancora uguagliata e quindi in umore, avviene che per risolverla, senza accorgerci, andiamo avanti e indietro in una sorta di riciclaggio: umore; sedimento; virtuale; differenziale; e ancora umore. Così avvenendo, emergono velocemente intere storie; quei programmi. In essi diveniamo immediati interpreti ed assaporiamo i termini che virtualmente raggiungiamo.

Divengo della scena e dei destini che essa promette.

Francesca ama un altro.

Francesca non c’è più.

Tutto il giorno “da qui a là” ed il tempo della sera.

La casa e tutto il “da qui a là” coincidono esattamente dove li attendo.

Francesca non c’è più.

Là dove la coincidenza.

Francesca non c’è.

Differenziale.

Il mio volume, il “da qui a là”, la casa… il “vuoto”.

Il virtuale emergente dal sedimentato, si. I segnali da Francesca concreta, no. Il “vuoto”.

Differenziale e quindi umore.

Umore che sedimenta il “vuoto”.

Emerge anche il virtuale “vuoto”.

Ricordare il “vuoto”.

Sedimento il ricordo del “vuoto”.

Ma che cos’è il “vuoto”?

Mi dicono: “è Francesca che non c’è più”.

Ma di cosa è fatto lo spazio che ora Francesca non occupa più?

Per ora “niente”!

“Niente” di che?

Io bevo il mio caffè. Francesca beve il mio caffè.

Francesca ed io nell’indistinto silenzio dello spazio infinito.

Con Francesca è lo spazio infinito intorno a noi.

Ora Francesca non c’è.

Lo spazio c’è, il silenzio pure, ma non so più capire l’infinito

Il “vuoto” è la scomparsa della capacità di percorrere l’infinito.

Sono nel luogo del silenzio e dello spazio ma senza oriente.

Infinito senza percorso.

Il “vuoto”.

Da dove sono non ho più ponti ad essere “moto”.

La casa e non l’oltre.

La casa.

Guglia senza scampo.

Gli altri.

Rimane il “da qui a là”.

Il “da qui a là” e non più il “moto” oltre la casa.

Gli altri del luogo del “da qui a là”.

Gli altri e i loro “intorno”.

I loro “intorno”

Sono del loro intorno.

Attraverso loro mi cingo dei loro intorno.

A casa sono cinto nel “vuoto” senza ponti.

Senza vie per il raggiungimento dei margini per partire altrove.

Ora non più Francesca e non più ponti.

I ponti che coloro del “da qui a là”.

Sono su una guglia senza scala, quando a casa.

Mi avvio in altre storie, quando passando con coloro dei “da qui a là”.

La risonanza ed il treno delle risonanze.

Da una parte all’altra.

Francesca non c’è più e lo spazio senza ponti.

Coloro con i quali passo le mie giornate macinando i “da qui a là” ed i flebili segni delle loro storie.

Giochi di sponda.

“Da qui a là”, ma questa volta c’è anche il “da là a qui”.

L’umore è universale. È fatto delle stesse cose. Quando troviamo un’altra situazione che produce una variazione a quiete di quell’umore, si solca una via attraverso la quale si sostituisce la sola scena.

La risonanza è la capacità di sintetizzare nuovi oggetti e nuovi programmi. L’oscillazione ripetuta infittisce.

Equilibri verso il basso. Fino a zero. Alla quiete.

Francesca non c’è più.

Isolato sulla guglia senza scampo.

Da una parte, umore che emerge me immerso senza oriente.

Coloro con i quali il “da qui a là”.

Coloro immersi nelle loro storie.

Me lambito nelle loro storie.

Quindi accesso a quelle storie.

Nuove storie per me.

Dall’altra, l’ordine dei flebili loro oriente che divengono anche per me.

Tutte e due le scene sedimentano e poi riemergono dalla stessa spugna ad unico ambiente.

Emerge me nella casa senza oriente.

Emerge me nel “da qui a là” dei loro oriente.

Differenziale.

Umore.

Emerge me nella casa senza oriente e me nelle storie dei loro oriente.

Emerge me nello spazio dei loro oriente.

Forse incontro Anna.

Ora il differenziale si sposta a prima di avere incontrato Francesca e ritorna Anna.

Quanto emerso a suo tempo con Francesca diviene desiderio con Anna.

Nasce il Progetto.

Le formiche quando si spostano seguono la scia odorosa lasciata dalle proprie compagne. Se si introduce nel loro percorso un odore estraneo, le formiche, lo passano ripristinando la scia.

Incontrando la porzione inquinata, lievemente la penetrano. Solo così l’avvertono. I loro sensori si immergono nella zona inquinata, ma così facendo, lasciano un po’ del loro buon profumo.

Hanno avvertito l’odore estraneo e vengono respinte indietro. Invertono la marcia e ritornano nella zona familiare dalla quale sono provenute. Ritrovano la sensibilità che le orientava e tornano ad invertire.

Incontrano di nuovo il confine del malodore, ma questa volta poco più in là. Lo invadono di nuovo con le loro antenne e ne bonificano un’altra porzione.

Così facendo più volte, trapassano l’inquinamento e vanno oltre. Hanno ripristinato la quiete al differenziale che emergeva alla scomparsa d’essere al nido.

Ogni volta che perdiamo un ambiente, perdiamo l’oriente. Perdiamo la maglia fatta dei ponti alle appartenenze.

Appartenenze.

Continuità da quel luogo.

Impalcature cognitive.

Sono circostanze che chiamiamo amore, amicizia, affetto. Ora, perché ne abbiamo penetrato un po’ il segreto, non vanno buttate. La conoscenza sembra che ci tolga il sogno, la nebulosa possibilità di tutto.

Gli umori, ovvero, le nostre emozioni, i nostri sentimenti saranno più caldi, affidabili e docili se vissuti dall’interno delle loro trasparenze.

“il gruppo di frascati”

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